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Dal Sommario del 22/06/2008
In Costa d’Avorio per combattere la nuova lebbra: l’impegno dei francescani delle Marche. Con noi, Giorgio Sartini
◊ In Italia, i mass media non hanno mai dedicato spazio alle ulcere di Buruli, eppure questa terribile patologia che corrode la pelle, colpisce nella sola Costa d’Avorio oltre 30 mila persone. Riconosciuta per la prima volta nel 1897 in una regione dell’Uganda, il Buruli, questa “nuova lebbra” è stata dichiarata emergenza sanitaria dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per far fronte a questa drammatica situazione, è nato - su ispirazione del cardinale ivoriano Bernard Agré - il “Progetto Sorella Costa”, che riunisce più soggetti tra cui le suore della Congregazione “Nostra Signora dell’Incarnazione”. Intervistato da Alessandro Gisotti, il ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare dei Frati Minori delle Marche, Giorgio Sartini, si sofferma sulle condizioni di vita dei malati di ulcere di Buruli:
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(Musica)
D. – Ci può spiegare, con parole sue, cosa sono le
ulcere di Buruli...
R. – Le ulcere di Buruli sono praticamente una variante della lebbra, causata da un agente che si chiama mycobacterium ulceran, che viene inoculato da una cimice carnivora. La cimice punge e inietta questo mycobacterium. La parte che viene a contatto con questa tossina comincia a necrotizzare. La cosa drammatica è che questo mycobacterium non è sensibile a nessun farmaco attualmente. I più colpiti sono i bambini. Bagnandosi e andando tra l’erba sulle rive dei laghi o dei fiumi vengono punti da queste cimici e di conseguenza vengono infettati. Allo stato attuale l’unica cura certa è la chirurgia e una terapia nuova, ideata dal dott. Antonio Garofalo - l’ozono terapia - che elimina il mycobacterium attraverso l’ozono.
D. – I danni provocati da questa patologia sono terribili. Oltre alle cure mediche, come intervengono in particolare le religiose che voi sostenete in Costa d’Avorio? Questa è una vera e propria nuova lebbra, quindi c’è anche un problema d’isolamento, di emarginazione di coloro che sono colpiti...
R. – La Costa d’Avorio è uscita da una guerra civile e allora le strutture sanitarie sono pressoché inesistenti o molto, molto fatiscenti. I ragazzi colpiti sono parzialmente o totalmente invalidi a deambulare. Hanno bisogno di terapie, quindi vanno riabilitati, attraverso dei trattamenti specifici. Bisogna inoltre aiutarli nella loro formazione, per non renderli persone invalide dal punto di vista fisico e lavorativo. Quindi, le suore in questo momento si stanno occupando di fare educazione scolastica. Danno loro una formazione, per poterli inserire nel mondo del lavoro. Questi ragazzi sono destinati ad essere mendicanti, qualora non ricevessero un’istruzione.
D. – Il progetto “Sorella Costa” muove i suoi primi passi. Qual è la risposta dei giovani nelle Marche che sono venuti a conoscenza di questa drammatica emergenza umanitaria, ma anche delle possibilità di risoluzione...
R. – Con chiunque parliamo, troviamo grande attenzione e disponibilità verso questo problema, per due motivi: primo,
perché i ragazzi non lo conoscevano; secondo, perché vedono la possibilità di dare un aiuto concreto, attraverso di noi. Questo si è manifestato proprio con i giovani. Molti mi hanno chiesto di poter partecipare, andando volontari in missione per portare aiuto concretamente a questi ragazzi. E questo è un buon segno. Mi dà speranza che il progetto possa andare avanti. Quando i giovani si mettono in movimento, hanno tanto da dare, hanno una ricchezza interiore da portare e da condividere. Ho una figlia dietista, che mi ha detto: “Andrò a preparare delle diete specifiche per farli riprendere il prima possibile”. Questa voglia di aiutare concretamente mi ha riempito veramente il cuore.

